Adidas Y-3 guarda la fantascienza

Comfort e difesa. Gli abiti in uno scenario urbano che cita George Orwell e George Lucas. Ne parliamo con il regista Robert Broadhurst

In una città sconosciuta e distopica di un futuro prossimo, eserciti di uomini-cyborg controllano l’uomo. La moda, sempre in prima linea, porta avanti la sperimentazione anche attraverso le campagne commerciali. Guardando alle tecniche e alla narrazione cinematografica.
Si delineano scenari urbani in cui l’uomo è solo. Isolato. Le sensazioni sono amplificate dalla colonna sonora e dalla saturazione delle immagini, algide e chiaroscurali. I dettagli della collezione Adidas Y-3 SS17 non sono mai ostentati ma accennati e integrati nel racconto. E alla fine una corsa verso la libertà e la ribellione dell’individuo. Anche se di persona alla fine non si tratta, introducendo un ribaltamento del punto di vista che richiama immediatamente il libro 1984 di George Orwell (1949) e il film L’uomo che fuggì dal futuro (THX 1138) di George Lucas (1981). Ne parliamo con il regista americano Robert Broadhurst, alla sua seconda campagna pubblicitaria per Adidas Y-3.

Una carriera come editor cinematografico e pubblicitario. Parlaci del brief di questo video?
L’uscita della collezione in un periodo di crescente ansia politica negli Stati Uniti, mi ha ispirato l’idea di una donna che si oppone a un regime di sorveglianza. Ho esplorato anche il significato dell’essere guardato e i nostri ruoli rispetto alla sorveglianza e il controllo. La famosa frase di Yohji Yamamoto sull’abbigliamento come armatura ha guidato il concept. E inoltre volevo onorare il mondo cinematografico dei vestiti. L’approccio futuristico, il richiamo militare nei disegni mi ha ricordato di due importanti opere di fantascienza: il libro 1984 di George Orwell (1949) e il film THX 1138 di George Lucas (1971). I vestiti di George Lucas riflettevano una vita in un regime fascista ed esprimevano la gerarchia sociale.

Città e interior design giocano un ruolo importante nella atmosfera del video.
Abbiamo girato in una discarica (il Treatment Plant Newtown Wastewaster) a Brooklyn, New York: tra i luoghi meno glamour per girare un film di moda! È una struttura splendida progettata da Ennead Architects in collaborazione con Vito Acconci e George Trakas che ben incarna l’opposizione di disegno utopico e infrastrutture industriali nascoste. Abbiamo girato in una giornata fredda di settembre che per fortuna non ha fatto emergere l’odore distintivo del “ventre” dell’edificio.

Che tecniche hai usato per le riprese?
Abbiamo girato in un singolo giorno molto velocemente grazie a una grande squadra e con una Stedicam (telecamera munita di sistema di contrappesi che consente riprese in movimento). Ho dovuto prevedere vari storyboard e piani di emergenza. Per esempio, nel primo confronto della protagonista con i soldati, ho voluto più uomini di quelli che avevamo a disposizione, così abbiamo dovuto eseguire delle riprese che consentissero in fase di post produzione di moltiplicare le figure. C’è un grande lavoro di editing, abbiamo incorporato molte immagini generate al computer.

Parlaci della fase di editing?
L’obiettivo era realizzare un video che andasse dritto all’inconscio. Pertanto la fase di editing è stata creativa. Ho voluto unire due metodi di narrazione: una storia lineare in un quadro immaginario, e frammenti non-lineari che interferiscono con il racconto e il modo di percepire la storia a un livello più viscerale, senza però forzare l’interpretazione logica. Dal punto di vista pratico, la post-produzione è stata piuttosto complessa perché abbiamo dovuto integrare molti effetti visivi.

Come sta cambiando il fashion storytelling?
La narrazione dà ai vestiti un contesto emozionale e si lega alla memoria. Il fashion film come categoria ha il potenziale per raccontare grandi storie, ma è ancora bloccato nella narrazione tradizionale della fotografia, che trae forza nel momento imprigionato, mentre i film hanno bisogno di salite e discese che rendono il passaggio del tempo. I fashion film possono beneficiare della tradizione cinematografica, capace di coinvolgere emotivamente gli spettatori e accrescerne la curiosità. I fashion film possono raccontare grandi storie e grandi storie possono rendere la moda senza tempo!

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