Alessandra Galletta

Alessandra Galletta  (Padova, 1964)

Diplomata all’Accademia di Belle Arti di Milano, Alessandra Galletta si presenta come una figura eclettica nel campo dell’arte contemporanea. Ha iniziato come critico d’arte e curatrice per poi continuare a lavorare nella realizzazioni di programmi televisivi. Da sempre il suo interesse nel dialogo tra video e arte, collaborando anche con riviste quali Flash Art Italia e Artribune proponendo rubriche sulle novità nei due campi d’indagine, riservando un’attenzione particolare agli artisti emergenti.

Dal 2015 ha fondato a Milano la sua casa di produzione LaGalla23 specializzata in format originali con contenuti di carattere artistico e culturale, utilizzando il film documentario come medium comunicativo per arte e architettura. Ed è con LaGalla23 che attualmente porta avanti una produzione sempre più sperimentale e professionale.  

FILMOGRAFIA: dal 2012 realizza documentari monografici su importanti artisti contemporanei come Tomás Saraceno, I Fratelli Campana, Adrian Paci, H.H. Lim, Qiu Zhijie, Lorenzo Vezzoli (Ossessione Vezzoli, prodotto da Vulcano – Unità di Produzione Contemporanea) e ultimo Ettore Spalletti.

Ha realizzato inoltre per Sky Italia speciali di 52′ sulle Biennali Arte e Architettura di Venezia e sulla Biennale di Shanghai del 2012. E con LaGalla23 ha ideato diretto e prodotto (con Maddalena Bregani) il format “Skyline – Architetti per Milano” condotto da Stefano Boeri e trasmesso su SkyArteHD.

FONTI: http://www.lagalla23.com 

Il suo è un lavoro di confini che si elidono per dare luce a un’indagine artistica in cui Alessandra risulta sia spettatrice che autrice. L’abbiamo quindi intervistata per approfondire ulteriormente il suo punto di vista. 

MDFF: Cosa definisce un’opera di video arte? 

AG: Non è difficile distinguere un documentario sull’arte da un video d’arte.

MDFF: Il documentario si limita a raccontare fronte e retro di un accadimento reale, non compete con il suo soggetto. Un video d’arte è il soggetto, e il suo autore è l’artista.

MDFF: Che differenze vedi tra le due forme d’arte?

Comparse, travestimenti, citazioni, bluff, fiction artifici sperimentazioni visive animazioni 3D… l’artista può fare quel che vuole, mentre il documentarista ha dei limiti dati anche realtà. Il documentarista non è un artista. Non lo sarà mai, perché non vuole esserlo.
Fare un documentario chiede almeno tre anni di lavoro e coinvolge numerosi professionisti da chi si occupa dello script fino all’export finali. In più bisogna considerare le riprese e il montaggio c’è una ricerca audio e musicale, del colore, di confezione grafica, e un’infinita trafila burocratica di contratti e diritti. E’ un prodotto senza tempo, destinato a una fruizione continua del pubblico. Per questo  è un format ancora poco diffuso che andrebbe incrementato sia attraverso i festival sia dai programmi televisivi culturali.

MDFF: Ha una top list di tre documentari da suggerirci ? 

AG: Su Architettura e Design non credo abbiate bisogno dei miei consigli, posso dire quali film\documentari hanno alimentato la mia passione per questo lavoro:

Yves Saint Laurent – Pierre Bergé, l’amore folle di Pierre Thoretton

Visages, villages di e con Agnès Varda e JR

Mi ha toccato profondamente anche Kusama – Infinity, un documentario diretto da Heather Lenz che racconta con discrezione l’intera vita pubblica e privata di Yayoi Kusama, forse artista più famosa del mondo.