Ettore Spalletti. Il documentario di Alessandra Galletta

Il tempo del mio lavoro è un po’ lungo, ma dicendo che i tempi son lunghi posso dire anche che mi somiglino. Ettore Spalletti

Sono 90 minuti di totale immersione nel mondo di Ettore Spalletti. Alessandra Galletta si è messa in gioco con un lavoro durato tre anni tecnicamente molto difficile: restituire allo spettatore l’intimità, la delicatezza, l’astrazione, i luoghi, la luce e le sfumature dell’arte del grande artista abruzzese. Il documentario è parte integrante della mostra a lui dedicata presso il NMNM, Villa Paloma nel Principato di Monaco, luogo che oggi accoglie tutta la spiritualità espressa dal lavoro instancabile dell’artista.

Ettore – la sua ambizione che tutti lo chiamino con suo nome proprio – è descritto attraverso i suoi silenzi. La sua forte indipendenza dai principali movimenti artistici di fine ‘900, l’ha portato a proporre un’arte riflessiva e spirituale che dialoga pienamente con lo spazio e con la luce che l’avvolge. Dove inizia la luce e finisce lo spazio? Quali sono i colori per narrare la spiritualità?

Abbiamo voluto approfondire con la regista il suo incontro con l’artista e la sua capacità di avvicinarsi a una figura così riservata.

MDFF: La luce in Ettore Spalletti è elemento che plasma le opere e lo spazio e contemporaneamente elemento spirituale. Ha giocato un ruolo fondamentale anche nelle riprese del documentario?

AG: Indubbiamente la luce in particolare quella dell’Adriatico e della Majella, è materia prima nell’opera di Spalletti. Ma se insegui la luce nel suo lavoro, sei finito. Il Suo sguardo è sul variare continuo del cielo, un vedere impossibile da raccontare se non con dei time lapse. Ce ne sono quattro nel film, firmati da un esperto della materia, Alessandro Petrini, di Pescara come l’artista. Quindi con una sensibilità alla luce condivisa.

MDFF: Guardando il documentario ci si sente avvolti dalle opere e dal colore. Rendere la delicatezza e la sensazione di immersione sono state componenti difficili da esprimere?

AG: Tecnicamente, ho optato per la qualità del 4k (N.d.R. standard per la risoluzione del cinema e computergrafica), per poter stringere il più possibile sui dettagli magici del lavoro di Spalletti, e per restituire allo spettatore la perdita dello sguardo nella morbidezza dei suoi colori. Ritrovare la fedeltà delle sfumature dell’originale – più ambienti che semplici superfici – nella traduzione digitale è stato un lavoro certosino che lo Studio Spalletti adotta da sempre su qualsiasi immagine esca dallo studio. L’approvazione di Ettore Spalletti al lavoro finito è stato il mio premio.

MDFF: I tuoi documentari sono curatoriali. Quando fai un documentario ti senti più regista o curatrice ?   

AG: Mi fa molto piacere questa associazione. Per me fare un documentario non è poi tanto diverso da curare una mostra, o scrivere un libro. Si parte dall’amore per un artista, per la sua carriera. In questo caso poi è stato necessario instaurare rapporto di fiducia reciproca. Forse rispetto a una mostra il documentario rimane lo stesso nel tempo. Una mostra sbagliata forse si dimentica più facilmente. Un brutto film, no. Il documentario riesce a restituire la realtà viva del momento, con impatto diretto.

ETTORE SPALLETTI. (ITA 90′)

di Alessandra Galletta

una produzione LaGalla23 productions, 2019