Hitler contro Picasso e gli altri

Un documentario sull'ossessione nazista per l'arte

Sono trascorsi 80 anni da quando il regime nazista mise definitivamente al bando la cosiddetta arte degenerata, ‘cosmopolita e bolscevica’. Nel ’37 organizzò a Monaco un’esposizione pubblica per marchiarla a fuoco. E poco distante una mostra sulla pura arte ariana. Cominciò la razzia di opere classiche e antiche su indicazione di Hitler e Goering, capolavori che avrebbero dovuto occupare gli spazi di quello che il Führer immaginava il Louvre di Linz, progetto rimasto solo sulla carta. I capolavori dell’arte degenerata vennero invece venduti alle aste e i proventi finiti nelle casse statali, per poi essere utilizzati per l’acquisto dell’arte preferita dal regime. Cominciarono i sequestri nei musei dei territori occupati e nelle case dei collezionisti soprattutto ebrei, saccheggi che poi continuarono fino alla fine della guerra con la sottrazione dei patrimoni artistici dei paesi attraversati dalle truppe tedesche.

Ecco la trama del documentario Hitler contro Picasso e gli altri. L’ossessione nazista per l’arte, scandito nel suo racconto dalla voce narrante di Toni Servillo. Diretto da Claudio Poli su soggetto di Didi Gnocchi e sceneggiatura di Sabina Fedeli e Arianna Marelli, con musiche di Remo Anzovino, è prodotto da 3D Produzioni e Nexo Digital con la partecipazione di Sky Arte HD ed è distribuito al cinema solo per due giorni, il 13 e 14 marzo 2018, nell’ambito del progetto della Grande Arte al Cinema. Abbiamo fatto qualche domanda a Didi Gnocchi sull’idea e lo sviluppo del film.

Ti sei occupata del soggetto del film: come è nata l’idea?
L’idea è nata da una chiacchierata con Franco Di Sarro, ad. di Nexo digital: avevo appena letto il libro di Ann Sinclair 21, Rue la Botie sulla storia di suo nonno Poul Rosemberg, collezionista di Picasso e Matisse e mercante ebreo depredato dai nazisti. Franco aveva appena acquistato un catalogo di una mostra che rievocava l’esposizione del ’37 sull’arte degenerata. Scopro inoltre che nel 2017, a 80 anni da quella mostra, improvvisamente inaugurano una serie di esposizioni in varie città d’Europa, sull’arte rubata dai nazisti: a Parigi, una mostra proprio intitolata “21, Rue la Botie” sulle opere ritrovate di Poul Rosemberg, a Berna e a Bonn con i quadri scoperti nelle case di Gurlitt, il figlio di uno dei mercanti d’arte di Hitler, fermato per caso su un treno per Monaco nel 2013 e ritrovato in possesso di decine di opere scomparse, tra cui un Matisse appartenuto ai Rosemberg. E infine una mostra in Olanda, a Otterlo. Un segno che, finalmente, a 80 anni distanza, con molto ritardo, qualcosa si stava muovendo e un tema per così tanti anni rimosso, tornava ad essere un’urgenza. Ci siamo detti che raccontare il rapporto tra nazismo e arte, quell’ossessione di Hitler e Goering per i capolavori dell’arte classica che li ha resi dei veri e propri predatori, era un modo per restituire anche la memoria a tante storie tragiche che hanno coinvolto centinaia di famiglie soprattutto ebree. Per il Reich l’arte aveva anche una grande forza propagandistica.
Quali erano le caratteristiche della cosiddetta “arte degenerata”?
L’arte degenerata per i nazisti era insopportabile. Intendiamoci, non per tutti. Qualcuno segretamente continuò a collezionare artisti ‘fuorilegge’. Ma in generale per Hitler, artisti coem Max Beckmann, Ernst Kirchner, Marc Chagall, Wassily Kandisky, Pablo Picasso, Matisse e Monet erano insopportabili, erano i pittori degli “ismi”, cubisti, impressionisti, surrealisti… ovvero mode passeggere, deviazioni, caos. Ma in verità era soprattutto la libertà dello sguardo e la visione che faceva paura. Al contrario dell’arte classica, rassicurante, con opere immortali. Se poi pensiamo che i principali collezionisti degli artisti delle avanguardie erano ebrei, si fa in fretta a capire come si scatenò l’odio.

È la prima volta al cinema di 3D Produzioni. Che esperienza è stata?
Scrivere e produrre per il cinema è completamente differente e non solo per i mezzi e la tecnologia, ma anche per la forma narrativa. Inoltre il documentario per il cinema ha necessità di avvicinarsi ad un racconto più cinematografico sia come scrittura sia come respiro di riprese. Per questo abbiamo anche deciso di introdurre un narratore come Toni Servillo. È stata un’esperienza molto complessa, ma che ci ha anche permesso di mettere a frutto tutte le competenze acquisite negli anni nella realiazzazione di documentari sia storici che artistici.

Oltre ai due giorni al cinema, il film si potrà vedere anche in tv?
Il film è distribuito da Nexo Digital in oltre 300 cinema italiani, verrà poi proiettato in 50 paesi del mondo e poi sarà distribuito alle televisioni. Sky Arte per l’italia come pay tv e poi si vedrà.
A cosa stai lavorando ora?
Abbiamo lavorato contemporeamente a due documentari per il cinema. Il secondo “Van Gogh, tra il grano e il cielo” con Valeria Bruni Tedeschi uscirà nei cinema dal 9 all’11 aprile. Mentre stiamo finendo di girare il terzo film per il cinema “Klimt e Schiele – Il bacio dell’arte – Vienna 1918-2018”. Poi 3D Produzioni non ha certo intenzione di abbandonare le produzioni televisive: abbiamo appena concluso un documentario su Gillo Dorfes, uno su Dino Buzzati e stiamo preparando un documentario su Achille Castiglioni per i 100 anni dalla nascita.