Filmare come forma di meditazione

Il regista tedesco Heinz Emigholz presenta a MDFF la quadrilogia "Streetscapes" e il workshop "Filmare l'architettura". E racconta il suo particolare modo di intendere il documentario d'architettura

Dopo la Berlinale, Heinz Emigholz presenta alla quinta edizione di MDFF la quadrilogia di documentari di architettura Streetscapes: riflessioni sulla natura degli spazi pubblici di Samuel Bickels e Eladio Dieste. Al Festival il regista tedesco ha inoltre commentato i cortometraggi nati dal laboratorio cinematografico che lui stesso ha guidato, Filmare l’architettura, organizzato dall’Accademia di Architettura di Mendrisio. Conosciuto per lo sguardo personale sullo spazio costruito, fatto di sequenze fisse quasi still-life, e caratterizzato dal procedere lento, Heinz Emigholz restituisce una lettura capillare e dettagliata dell’architettura, difficilmente percepibile dal vero. È uno sguardo che chiede sia al regista che allo spettatore tempo per immergersi nello spazio costruito. Per elaborare una propria, intima, comprensione dell’architettura.

Gli studenti laboratorio diretto da Marco Müller hanno realizzato sei cortometraggi che ritraggono l’ex-sanatorio di Medoscio e Casa Croci a Mendrisio. In particolare (Ri)quadri, di Anouck Babled, Lorenzo Giovannoni e Olivia Lillus (Svizzera 2017, 03’14’’) mette in evidenza che, per “guardare oltre”, bisogna fermarsi e concentrarsi solo su una parte: un riquadro. Angoli, spigoli, corrimani e scalini dell’ex sanatorio diventano linee e piani che sovrapponendosi inquadrano relazioni complesse. Astraendosi puntualmente dal contesto stimolano l’immaginazione verso un possibile e nuovo spazio.

Chiediamo a Heinz Emigholz l’idea sottesa alla quadrilogia Streetscapes e che cosa significhi filmare l’architettura.
Qual è il fil rouge tra i quattro film? In Streetscape e in The Dialoge evolve l’idea della quadrilogia. In The Dialogue i protagonisti parlano degli altri film non ancora realizzati e il protagonista del terzo film, il regista, parla delle idee sottese ai film realizzati. È un escamotage di fiction, uno stratagemma temporale, che lega tutte le pellicole.

Come sceglie i soggetti dei propri film? Scelgo in autonomia architetti del modernismo come Bruce Alonso Goff, Rudolf Shindler e Louis Sullivan, ma anche altri architetti meno conosciuti. Fondamentalmente scelgo architetture complesse o con idee originali sull’ingegneria strutturale, come quelle a guscio [a doppia curvatura]. Eladio Dieste è uno dei principali costruttori di architettura a guscio del mondo, nonostante non sia conosciuto al di fuori del Sud America. Ho filmato altri suoi edifici in altri miei film ma qui ho voluto andare in profondità, partendo dall’esperienza in prima persona e investigando l’architettura di Dieste nel corso della sua carriera.

Il suo filmare l’architettura è per frammenti. Qual è la finalità alla base di questo metodo registico? La costruzione del ‘frame’ costituisce una visione privilegiata e personale dell’architettura. È una tensione tra soggettivo e oggettivo. Nonostante la costruzione dell’immagine abbia delle regole, è sempre una scelta personale. Mai oggettiva. Ci sono architetture che spesso vengono ritratte in modo univoco con la pretesa, da parte degli stessi architetti, dell’oggettività della visione. E con la presunzione che ci siano modi giusti e sbagliati per ritrarre gli edifici. Il filmmaker, di fatto, traduce il messaggio architettonico che l’architettura stessa porta, ma vede solo ciò che è in grado di vedere. Come metodo di riprese percorro personalmente l’edificio e filmo fino a quando sento di aver ripreso tutto ciò che è necessario, ogni aspetto della costruzione. Poi passo al grande lavoro di selezione e di costruzione del racconto in fase di montaggio. Non seleziono in base a quello comunemente considerato ‘brutto’, come una parte rovinata dell’architettura, ma ritraggo in modo realistico lo stato attuale degli edifici.

Qual è la sua interpretazione di storytelling? Ci sono modi diversi di raccontare storie. Connettere le immagini è di fatto ‘camminare’ da uno shot all’altro: cercare la continuità tra le diverse visioni e angolature. Un film è diverso dalla fotografia: non può esserci disconnessione tra le varie scene. Ma è l’immagine che connette la storia, non la trama. Non abbiamo bisogno di storie d’amore per filmare l’architettura! Rappresentare l’architettura attraverso storie è un modo troppo convenzionale. Due immagini affiancate già raccontano una storia.

Che ruolo ha il suono nei film? Il suono definisce l’ambiente e connette le immagini tra di loro aumentando la comprensione dello spazio. Di fatto da informazioni anche sulle dimensione dell’architettura.

Qual è il suo rapporto con il tempo? Ci vuole tempo per realizzare i miei film che altrettanto ne richiedono agli spettatori. Viaggio molto e ho bisogno di tempo per osservare l’architettura: due mesi per l’opera di Bruce Alonso Goff, ad esempio. Per me è un servizio che rendo agli spettatori. Ma lo spettatore deve essere nella disposizione d’animo di entrare nella mia idea per poi formarsi un suo personale livello di comprensione dello spazio. Filmare l’architettura è una forma di meditazione.