Francesco Cavalli – Leftloft

Scelgo la pubblicità di un produttore di uova giapponese. Perché vedere cose lontane dalla nostra cultura è arricchente come viaggiare

“Rifuggo dai video di accompagnamento o di sfondo, così come quelli già iniziati nelle stanze delle mostre”, ci racconta Francesco Cavalli, uno dei soci dello studio di design Leftloft con sedi a Milano e New York. “Dedico invece molto tempo alla visione di video quando li scelgo. Quasi mai in studio ma a casa o al cinema, spesso anche da solo”.
Leftloft è uno studio che vive nella dimensione corale del team con designer, creativi e consulenti, convinti che il design sia uno strumento di sviluppo strategico. In quest’ottica è nato Luft, il think-tank dedicato al creative thinking e alla co-progettazione.

Molti designer stanno affidando il racconto del proprio progetto a documentari video. Perché? Da un parte il video è una moda e il mainstream ci dice che “fa Like”, dall’altra è un modo di raccontare l’esperienza e le ragioni di un progetto in modo più profondo ed emotivo. Nel video i dettagli dell’immagine e le interpretazioni possibili si moltiplicano. Controllare tutti questi aspetti per un designer è un vero piacere e un modo per indagare il lavoro svolto.

Qual è il tuo film preferito e perché? Faccio parte della generazione dei vhs allegati ai giornali con cui ho ripassato la storia del cinema. Ma nelle sale, proprio negli Anni 90, ho visto film che hanno formato il mio sguardo e che consiglieri ancora oggi. Ognuno per un motivo diverso. Tra i miei film preferiti: Il marito della parrucchiera (Patrice Leconte, 1990); Vita da bohème (Aki Kaurismäki, 1992); La ragazza sul ponte (Patrice Leconte, 1999); Ghost Dog (Jim Jarmusch, 1999); Donne sull’orlo di una crisi di nervi (Pedro Almodovar, 1988); Il cielo sopra Berlino (Wim Wenders, 1987); Marrakech express (Gabriele Salvatores, 1989); Il ventre dell’architetto (Peter Greenaway, 1990); Novecento (Bernardo Bertolucci, 1976). Se devo scegliere qualcosa di recente direi Only Lovers Left Alive di Jim Jarmusch (2013), dove reale e surreale si inseguono poeticamente tra luoghi e ricordi di epoche diverse.