L’eroe e il migrante

Il video Hephaestus è il frutto di un lavoro in team guidato da Odo Fioravanti che ha ragionato sui flussi migratori contemporanei

Cultura del progetto, ricerca e sperimentazione. La Biennale di Lubiana (fino al 29/10/2017), Faraway So Close, curata da Angela Rui e Maja Vardjan, ha lo scopo di testare il design fuori della sua confort zone. Tra i guest designer che partecipano c’è Odo Fioravanti che per la mostra “New Heroes” ha indagato i processi migratori contemporanei lavorando in team con un atleta estremo, il kayaker Marin Medak, e con Bolleria Industrial, Luca Fattore, Juan Nicolas Paéz, Fabio Petronilli ed Elisa Testori.

Accostando l’eroe classico alla figura del migrante, il video Hephaestus – Non Offensive Weapons, mostra gli strumenti che ne rappresentano la possibile sopravvivenza: se lance, scudi, elmi e archi hanno descritto l’identità degli eroi della mitologia, quali oggetti saranno tramandati ai posteri come testamento simbolico del coraggio dei migranti? Ed ecco che il video mostra le “non offensive weapons”.. Partendo da qui abbiamo parlato con il filmmaker Fabio Petronilli del suo lavoro multidisciplinare, di storytelling, di fotografia e di progetti futuri.

Il video Hephaestus affronta il delicato tema della migrazione. Come si è sviluppato il concept?
Hephaestus è parte di un progetto ampio e multidisciplinare, realizzato per il progetto “NEW HEROES”, parte di BIO25, 25esima Biennale di Design di Ljubljana. Il designer a capo del team è Odo Fioravanti, e il suo lavoro si è basato su un ragionamento intorno ai flussi migratori contemporanei: il progetto prevede cinque device industriali fittizi, ma allo stesso tempo funzionanti, strumenti simbolici di sopravvivenza e ausilio per spostarsi in condizioni di precarietà. Il film è una sorta di overview sintetica ed evocativa dei singoli oggetti di design. Il tema estremamente delicato dei migranti e delle migrazioni è stato quindi affrontato in maniera trasversale, in punta di piedi, ragionando piuttosto sulle necessità pratiche e fattive di chi affronta questi spostamenti, nel rispetto più totale del dramma che sempre più spesso li accomuna.

Nel tuo lavoro affronti tematiche diverse, dalla moda al turismo, dal design al sociale. La fotografia è sempre molto accurata. Realizzi anche spot come documentari più lunghi. In cosa è riconoscibile la tua impronta stilistica?
Domanda bella e complessa: direi che il fil rouge alla base di qualsiasi mio lavoro è – come hai notato – una ricerca formale e spesso maniacale sull’immagine. Dal mio punto di vista, viene prima di tutto, anche e soprattutto quando affronto contenuti complessi. La forma è il contenuto e il contenuto è la forma: questo ho imparato a scuola. Spot o documentari che siano, la priorità è la resa formale, il lavoro sulla fotografia. Detto questo, odio qualunque tipo di manierismo fine e a se stesso: raccontare bene un brutta storia è quasi peggio che raccontare male una bella storia. Alla base di tutto sta l’immagine, ma immediatamente dopo viene lo storytelling e la narrazione. Altrimenti è esercizio di stile: bello, ma vuoto.

Com’è nata la tua passione per il video?
A 17 anni ho ereditato da mio padre una vecchia Nikon acquistata ad Hong Kong negli anni ‘70. Amore a prima vista. Facevo solo foto in bianco e nero: ero convinto che eliminare il colore assicurasse un approccio più puro ai disegni della luce. Poi durante l’Università (Filosofia indirizzo Estetico con specializzazione in Storia del Cinema) ho fondato un piccolo collettivo con 4 amici, con il quale ci si prodigava in short film e “videoarte” (gioventù!). Nel mentre studiavo la teoria. Finiti gli studi, ho cercato di mettere a frutto la mia formazione e ho iniziato da subito a lavorare come Editor per alcuni canali web, fino ad approdare al canale satellitare americano Current TV, del quale ho seguito dall’inizio alla fine fasti e caduta.

Quali sono le caratteristiche che deve avere un video ben fatto?
Credo che nel 2017 sia ormai piuttosto facile (e relativamente economico) avere accesso ad un tipo di strumentazione tale da permettere una resa “professionale” un po’ a chiunque. Dal mio punto di vista quindi, anche se l’immagine resta alla base, senza una narrazione intelligente, emotiva e coinvolgente, il prodotto video non ha ragion d’essere. I prodotti più interessanti che vedo in giro, mi restano in testa per il contenuto e per la storia raccontata. Ma di nuovo, se questa storia non è raccontata bene, altrettanto facilmente mi sfuggirà di mente. In sintesi, la caratteristica principale che deve avere un video ben fatto è l’equilibrio intelligente tra forma e contenuto. E una buona colonna sonora: per me la musica ha l’80% del peso sulla resa finale di un buon film.

Brand e storytelling. Cosa ne pensi?
Come sopra: ci vuole equilibrio fra immagine e storytelling. Siamo arrivati a un tipo di comunicazione per la quale i brand più intelligenti sono quelli che non mostrano nemmeno più il prodotto, bensì creano una narrazione, un mondo, un immaginario, al quale l’utente può appoggiarsi, con il quale può immedesimarsi e per il quale possa in qualche modo restare emotivamente (o intellettualmente) legato.Qualche mese fa ho visto un video: era la storia di un guardiano del faro russo, isolato dal mondo, in una cornice naturale incredibile, con un voiceover rauco, profondo, coinvolgente. Il racconto mi ha rapito, tanto quanto le immagini (bellissime) utilizzate: alla fine arriva un elicottero e gli porta dei ferrero rocher! Giuro, ci sono rimasto male. Ma non me lo sono mai più dimenticato.

Si dice che il video sia il mezzo espressivo che rispecchia la nostra contemporaneità. Condividi questo pensiero?
Il video è senza dubbio il mezzo attuale più efficace nel veicolare contenuti, prodotti, idee e storie. In questo senso, è ovviamente lo specchio della contemporaneità. L’immediatezza, la velocità, la sintesi, sono tutte caratteristiche fondamentali che rendono il video lo strumento più efficace dal punto di vista della comunicazione. Ma credo ancora che un contenuto valido possa incollare lo spettatore allo schermo per 90 minuti ed oltre. La potenza del video non sta quindi unicamente nella sua fruibilità da fast-food, bensì nella capacità di sintetizzare in immagini, suoni, parole e atmosfere, qualsiasi sfumatura dell’esperienza.

A cosa stai lavorando ora?
Attualmente sto montando un documentario che ho girato il mese scorso. Si tratta di una ricerca sulla città vecchia di Tbilisi, Georgia, sui suoi cortili in legno, unici al mondo, sulla gente che abita in questi luoghi dimenticati dalla storia, e sul contrasto tra il suo passato turbolento e il suo presente di rinascita. Una cosa per addetti ai lavori, così come è stato il lavoro dell’anno scorso su Turismo e Gentrificazione a Lisbona. Ma anche in questo caso, la sfida è rendere interessante una storia altrimenti dimenticata, o semplicemente non ascoltata.