Magnifiche Sorti

Il film di Nicolò Bassetti racconta le giornate di persone ai margini del grande evento di EXPO 2015 e riflette sul rapporto tra realtà e rappresentazione

 

 

Il film documentario Magnifiche Sorti (2017, 81’) è la prima regia di Nicolò Bassetti dalla cui idea originale nel 2013 è nato il documentario Sacro Gra, diretto da Gianfranco Rosi e vincitore del Leone d’Oro alla 70a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

Dal primo maggio al 31 ottobre 2015 la città di Milano ha ospitato “l’Esposizione Universale”: EXPO 2015. Per realizzare Magnifiche Sorti il regista ha esplorato il territorio intorno al sito del grande evento internazionale al fine di “raccontare, riconoscere le storie quotidiane di chi vive e anima le nuove città invisibili, le comunità urbane contemporanee, luoghi con poca storia e molto futuro”. Il film racconta di donne e uomini che c’erano prima e ci sono dopo la parentesi di sei mesi di frenesia scaturiti dal grande evento. Persone distanti e distaccate dal frastuono del mastodontico cantiere e dalle luci della ribalta e che assistono a un turbinoso e repentino cambiamento vivendone tuttalpiù la risacca.
 Un carcere, un piccolo borgo di origini romane, agglomerati di case popolari e di capannoni industriali, orti, canali, un ospedale, uno scalo merci ferroviario, un pezzo di campagna e grappoli di hotel. E poi due autostrade, una tangenziale e una ferrovia.

Attraversando questo limite invisibile, fra centro e bordo, quotidianità e grande evento, passaggio effimero e diritto di cittadinanza Magnifiche Sorti con leggerezza richiama l’invito racchiuso da Giacomo Leopardi nella poesia La ginestra a guardare la realtà delle cose nell’ineluttabile cammino del progresso e il lato salvifico delle proprie passioni.

Come è avvenuto il contatto con i vari protagonisti del film?
Faccio lunghe esplorazioni urbane, rigorosamente a piedi, sempre molto lente. Mi fermo a osservare, a parlare. Aspetto, attendo, prendo appunti, disegno qualche dettaglio. Mi porto sempre un libro e spesso mi metto a leggere nei luoghi più impensati. Mi capita spesso di passare intere giornate nello stesso luogo, tra un bar e un capannone, un prato e una tangenzile. Oppure cammino per ore ininterrottamente senza fermarmi, per sentire il passaggio da un contesto all’altro, da un paesaggio all’altro.

Qual è l’obiettivo del film?
Non c’è un obiettivo. Il film nasce da un bisogno, da una vera e propria urgenza: raccontare, riconoscere le storie quotidiane di chi vive e anima le nuove città invisibili, le comunità urbane contemporanee, luoghi con poca storia e molto futuro.
Vicende di persone che si aggregano intorno ai bisogni e alle ossessioni di sempre, alle necessità e alle opportunità.

Lei ha detto “I grandi eventi non hanno più bisogno della città, sono in competizione con la città”, ci spiega meglio la frase?
La frase continua: “…rappresentano la città, o ancora meglio, sono la città”. È una citazione “adattata”, da una famosa frase di Rem Koolhaas. Lui al posto di “grandi eventi” usa il termine “bigness”. Dice che i progetti fuori scala possono vivere ovunque perché sono progettati per essere autonomi, sono incapaci di stabilire relazioni con il contesto.

Quali difficoltà ha avuto nell’approcciare realtà complesse come il Carcere di Bollate e l’esperienza di questo film cosa ha significato per lei a livello umano?
Anche il carcere è un luogo a sè, non pensato per stabilire relazioni con il territorio. Mi ha stimolato molto il fatto che un grande evento e un carcere letteralmente confinassero l’uno con l’altro. Ho osservato la relazione tra queste due astronavi e ho cercato di capire cosa possono avere in comune. Siamo sempre più attratti dalle “enclave”, dall’idea di rifugiarci in luoghi protetti. 

Grandi manifestazioni come EXPO hanno un carattere macro che si contrappone al micro di realtà di persone che vivono totalmente al di fuori di questi eventi. Questa contrapposizione tra globale e genius loci come l’ha affrontata nel film?
Osservando e seguendo la quotidianità, i piccoli gesti di chi vive lungo il bordo del grande cratere. E provando a utilizzare lo stesso modo di guardare per raccontare anche la vita dentro Expo. Durante il cantiere, durante l’evento, e dopo.

Questo film è la sua prima regia ed è un’evoluzione rispetto a Sacro GRA. Come è stato il passaggio da scrittura del soggetto e regia?
Un passaggio sofferto, difficile, appassionante. L’anno di esplorazioni a piedi lungo il Grande Raccordo Anulare e poi i due anni per scrivere il libro e poi per seguire tutta la lavorazione del film mi hanno insegnato tantissimo. Con magnifiche sorti ho avuto la fortuna di avere al mio fianco Emilio Mazza, grande amico e coautore. Con lui il confronto è stato ricchissimo, nulla era mai scontato. Abbiamo sperimentato tanto, forse addirittura troppo, tanto che poi la difficoltà di scrivere il film al montaggio si è fatta sentire. Voglio vivere questa esperienza con molta umiltà.