Sette donne designer per De Castelli

Il video di Gianluca Vassallo per Tracing Identity, progetto curato da Evelina Bazzo e sviluppato da De Castelli

Valorizzare le potenzialità dei metalli e delle finiture De Castelli con progetti dal contenuto emozionale, empatico, narrativo. Ecco l’intento di Tracing Identity, un progetto curato dallo studio Umbrella di Evelina Bazzo, in cui sette donne designer sono state invitate a disegnare complementi d’arredo utilizzando materiali come acciaio, rame, ottone e ferro. “Il titolo testimonia il percorso intrapreso da De Castelli interpretandone le competenze per definire l’identità attraverso un processo narrativo. Tracing Identity è dunque una ricerca volta a individuare il linguaggio più adatto per dar voce all’azienda”, ci ha detto la curatrice.

“L’oggetto di ricerca (il prodotto) non è quasi mai visibile, ma allo stesso tempo prende forma emergendo da tutti questi diversi background. Quello che volevamo comunicare non era un prodotto, ma il valore del vero artigianato evoluto che sa unire attenzione manuale e organizzazione industriale”, ci ha raccontato Albino Celato, fondatore di De Castelli, che spiega che hanno scelto di fare il video “perchè riesce a creare un coinvolgimento emotivo maggiore rispetto alle sole immagini. Abbiamo voluto raccontare questa storia attraverso le voci delle protagoniste, delle maestranze e i suoni dell’officina, riuscendo ancora di più ad entrare in quell’intimità che ci avvicina sempre di più a questo materiale così poco docile. Soddisfare emozioni è diventato parte integrante del nostro lavoro, e quale miglior modo se non quello di mostrare i volti e i gesti delle maestranze che danno forma al metallo”, conclude.

Il video Tracing Identity è stato girato da Gianluca Vassallo, artista di origini napoletane che vive e lavora in Sardegna, che ci racconta: “Ho voluto sottolineare la sussidiarietà tra gli attori del processo industriale, ponendo sullo stesso piano il capitale, le designer e la produzione. L’idea mi è venuta osservando le dinamiche aziendali, l’enorme capacità di ascolto di Albino, l’attenzione alla orizzontalità delle relazioni, al riconoscimento di un ruolo di pari valore a tutti coloro che partecipano al successo del progetto”. Gli chiediamo se ha utilizzato tecniche particolari per realizzarlo: “La tecnica è il rifugio di chi ha esaurito l’empatia. Io lascio che la macchina da presa, quella fotografica, siano mosse dall’unica cosa che rende un atto estetico dignitoso: la costruzione di dell’intimità, anche attraverso il conflitto se necessario, tra me e le persone, le cose, i luoghi che sono chiamato a trasferire. Il supporto sensibile, per me, non è la pellicola, non è sensore, ma quanto sta nel mezzo tra me e il mondo. Che in fondo è tutto ciò che sento di voler dire”, ci risponde. Infine, riguardo al suo punto di vista sul rapporto tra brand e storytelling, ci dà un’interpretazione molto personale: “lo storytelling è una pratica volgare. Per me o si documenta, o si fa fiction. E per quanto creda che la verità sia sopravvalutata, lo storytelling non ha il coraggio di fare nessuna delle due cose. È produzione di una verosimiglianza pretenziosa che, facendo leva sul romanticismo del pubblico generalista, si fa percepire come una verità rassicurante. Per me il pubblico e i committenti devono tremare di bellezza o odiare il tuo lavoro”.