Sharing Architecture

Architettura come rete sociale.

Abitare una città nel 2020 significa essere parte di una grande rete. 

Siamo costantemente monitorati e in continua osservazione: l’orario dei bus, la prossima mostra da vedere, la spesa online e il nuovo ristorante da provare. Di giorno in giorno la città si trasforma e cresce diventando sempre più “smart” e connessa per incrementare i servizi e conoscere i desideri degli abitanti, prendendo informazioni dai data degli smartphones. Con il termine “smart city” si intende infatti la relazione tra le infrastrutture materiali delle città «con il capitale umano, intellettuale e sociale di chi le abita» grazie all’impiego diffuso delle nuove tecnologie della comunicazione, della mobilità, dell’ambiente e dell’efficienza energetica, al fine di migliorare la qualità della vita e soddisfare le esigenze di cittadini, imprese e istituzioni. In aggiunta, la cittàsi sta sviluppando intorno a una realtà sharing dove la condivisione di mezzi (pubblici, di conoscenza, materiali, cloud, uffici, etc) è alla portata di un app. 

Sulla carta tutto molto innovativo e apprezzabile, possiamo usufruire di tante informazioni contemporaneamente che ci permettono di ottimizzare il nostro tempo per lavorare di più. Ma poi nei fatti ? Non c’è il rischio di perdersi un po’ di vista? Siamo portati a condividere tutto, ma quando si parla del tempo e dello spazio comune c’è resistenza e sopratutto passa in secondo piano: uscire di casa con un amico (attenzione, non per lavoro) a prendere una birra sembra essere un atto rivoluzionario.

Controcorrente è chi, armato di resilienza, si attiva per portare un modello di città che si adatta alle situazioni di cambiamento e di crisi con partecipazione comune di individui, istituzioni, urbanistica e business. L’architettura e l’arte sono tra i linguaggi universali con cui è necessario parlare per poter lavorare ad un livello orizzontale e comune usando gli spazi e scambiando impressioni, per aprire lo sguardo oltre lo schermo dell’Iphone. 

Renzo Piano ad esempio, architetto riconosciuto internazionalmente fin da giovane con il progetto del Centre Pompidou di Parigi, in qualità di Senatore a Vita e grande umanista lancia nel 2014 un progetto sulle periferie italiane che da quest’anno si è arricchito della collaborazione con le università di architettura. A Milano, il team di giovani architetti neolaureati è tutto al femminile: Maria Giulia Atzeni, Alessia Cerri e Sara Anna Sapone, guidate dalla tutor e docente del Politecnico Raffaella Neri. Il loro progetto per CIRIÈ9, una ex scuola primaria progettata a fine anni ’50 dall’architetto Gandolfi, ha come obiettivo quello di riconnettersi. Non è una semplice riqualificazione delle periferie basata sull’immagine esterna, ma un vero intervento popolare di sharing architecture. Il primo passo è stato quello di legarsi e conoscere i vari inquilini per capire le loro esigenze per poi iniziare a progettare occupandosi prevalentemente dei luoghi collettivi, spazi chiave quali l’atrio, la sala teatro e il giardino, che potessero generare un effetto domino sulla qualità e sul senso di appartenenza del luogo, aprendo il centro a nuovi usi e attività condivise.

Il valore dell’individualità all’interno di una comunità non è da sottovalutare, soprattutto in una realtà continuamente da rincorrere. Ripensiamo agli spazi condivisi e alle zone comuni per cercare di non perderci di vista e riconnetterci tra di noi prima ancora che con la nostra città. Milano ed moltissime altre città si sta muovendo in questa direzione entrando anche a far parte delle 100 Città Resilienti per non far sì che essere smart porti all’ isolamento intellettuale.