Sol LeWitt. Between the Lines

La mostra, curata da Francesco Stocchi e Rem Koolhaas, esplora la relazione del lavoro di LeWitt con l’architettura

C’è tempo fino al 24 giugno 2018 per vedere Sol LeWitt. Between the Lines, una mostra imperdibile a cura di Francesco Stocchi e Rem Koolhaas alla Fondazione Carriero di Milano, organizzata in stretta collaborazione con l’Estate of Sol LeWitt.

Nel decennale della scomparsa di Sol LeWitt (Hartford, 1928 – New York, 2007), la mostra vuole offrire un punto di vista nuovo sull’artista che nel 1967 ha definito l’arte concettuale, esplorandone i confini e isolando i momenti fondanti del suo metodo. Attraverso un corpus di opere che ripercorrono l’intero arco della sua carriera – da 7 celebri Wall Drawings a 15 sculture come Complex Form e Inverted Spiraling Tower, fino alla serie fotografica Autobiography – si esplora la relazione del suo lavoro con l’architettura.

Between the Lines si basa su una chiave di lettura tesa a riformulare l’idea che sia l’opera a doversi adattare all’architettura, fino ad arrivare a sovvertire il concetto stesso di site-specific. Con la collaborazione di Rem Koolhaas in dialogo con il curatore Francesco Stocchi, la mostra affronta ampi aspetti dell’opera di LeWitt, con l’obiettivo di superare quella frattura che tradizionalmente separa l’architettura dalla storia dell’arte e che caratterizza l’intera pratica dell’artista, rivolta più al processo che al prodotto finale, e libera di qualsiasi giudizio estetico.

Le opere di Sol LeWitt non possono essere considerate sculture, né opere pittoriche e neanche strutture architettoniche, si tratta piuttosto di Structures, forme inserite nello spazio, a metà tra la bidimensionalità e la tridimensionalità. La loro regolarità geometrica le rende “basi” perfette per i suoi disegni a parete, moltiplicabili, trasformabili in pattern e replicabili in un numero infinito di forme bianche, nere, o colorate, solide o aperte. Molte di queste forme sono incuranti dell’ambiente e delle sue caratteristiche, attraversano porte e pareti in continuità con l’architettura senza essere condizionate dalla specificità del luogo in cui si sviluppano, ripercorrendo in questo modo l’intera storia della pittura murale. L’opera si permea di quel luogo ma non è necessariamente pensata per esso, e in questo modo rivela un nuovo spazio metafisico fatto non di linee, cubi o altre forme geometriche, bensì dell’idea di quelle stesse linee, cubi o forme. Il suo muoversi libero all’interno di regole è affine al ruolo dell’architettura (e dell’architetto), non solo per l’affinità nella progettualità delle idee, ma per la capacità che entrambi hanno di rimodellare lo spazio.